Il papà della stuprata dai rom: “Ci pensi la legge o faccio io”

“Forse, ora che li hanno presi, svegliandomi al mattino potrò tornare a sorridere”. Ai microfoni del Messaggero parla il padre di una delle ragazzine romane, entrambe 14enni, stuprate dai rom al Collatino.

“Conto nella giustizia e spero che quei due siano puniti per quello che hanno fatto a mia figlia e alla sua amica. E se così non fosse, fuori ad aspettarli, stavolta, ci sarò io”. Mario Seferovic e Maikon Halilovic sono avvisati. I due nomadi, nati a Roma da famiglie di origini bosniache e domiciliati nel campo nomadi di via Salone, dovranno rispondere di violenza sessuale di gruppo continuata e sequestro di persona continuato in concorso.

Lunedì mattina Mario Seferovic e Maikon Halilovic saranno interrogati nel carcere di Regina Coeli dal gip Costantino De Robbio, alla presenza del pm Antonio Calaresu. “Le modalità con cui le violenze sono state ideate e portate a termine – si legge in un passaggio delle cinque pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Costantino De Robbio – sono sintomatiche di estrema freddezza e determinazione unite a un’assoluta mancanza di scrupoli e a non comune ferocia verso le vittime degli abusi, ciò che induce a ritenere che possa trattarsi di casi non isolati ma destinati a ripetersi in coerenza con una personalità incline alla sopraffazione e al brutale soddisfacimento di istinti di violenza, sicuramente valutabili come indice di sussistenza del pericolo di reiterazione del delitto”. Dalle indagini dei carabinieri è emerso che solo Mario Seferovic ha abusato delle due ragazzine. Le ha stuprate brutalmente dopo averle minacciate di morte e averle legate in una zona boschiva della Collatina. Maikon Bilomante Halilovic, intanto, faceva da palo.

“È difficile prosegue – confida al Messaggero il padre di una delle 14enni – riuscire a superare tutto questo, ciò che è accaduto a mia figlia, alla sua amica e alle nostre vite”. Un incubo scatenato dall’ingenuità delle ragazzine. Una delle due aveva già visto Mario Seferovic in più di un’occasione, sempre sull’autobus che attraversa via Prenestina. “Papà – racconterà, poi, la giovane dopo lo stupro – mi faceva ascoltare delle canzoni sul bus…”. Secondo il padre, i nomadi avevano adocchiato la figlia sull’autobus e, per diverso tempo, hanno fatto in modo di incrociarla spesso. Finché non le ha chiesto l’amicizia su Facebook. Ovviamente non ha confessato la vera età, me le ha fatto credere che fossero più o meno coetanei. “Mi diceva di avere 16 anni…”, ha rivelato la ragazzina. Anche sul nome nome ha barato. Sul web si è presentato come “Alessio il Sinto”.

Il racconto di quel maledetto 10 maggio è drammatico e violento. “(Seferovic ndr) ha iniziato a stringerci per i polsi – ha spiegato una delle ragazze agli inquirenti – mentre il suo amico ci spingeva da dietro”. Poi le hanno legate con le manette a un cancello ed è iniziato l’incubo. Le due romane sono state stuprate una dopo l’altra. Maikon Bilomante Halilovic controllava che nessuno imboccasse quel vicolo stretto e buio. Dopo le violenze, le due sono state liberate e hanno aspettato l’autobus per tornare a casa. Erano distrutte, in lacrime. Seferovic non se ne andava. Un passante si è avvicinato e ha chieste loro se andava tutto bene. Seferovic gli ha intimato di farsi i fatti suoi e l’uomo se ne è andato impaurito.

“È stato terribile ascoltarla – racconta il padre al Messaggero – ci è voluto un po’ prima che riuscisse a raccontare; hanno influito le minacce che (Mario Seferovic, ndr) le ha fatto, ma anche la paura, il senso di vergogna per quello che le era capitato. Sì, si vergognava, indifesa. Ora stiamo cercando di andare avanti”. Dopo lo stupro, il rom ha continuato a perseguitare una delle ragazzine. La riempiva di messaggi e telefonate anonime, la minacciava di morte. È stato il padre a fornire agli inquirenti gli elementi necessari a incastrare i due rom. “Meno male che li hanno presi – continua il padre – mi auguro che la giustizia faccia il resto… se così non fosse ci sarò io ad aspettarli quando usciranno di prigione. Devono pagare per quello che hanno fatto, non possono farla franca”.

 

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